Ci sono esperienze che meritano di essere ascoltate con attenzione, perché racchiudono un insegnamento silenzioso ma potente. Quella che segue è la testimonianza di un’infermiera che ha vissuto un incontro autentico con l’umanità più semplice e genuina. Un racconto che ci ricorda quanto valore possano avere i piccoli gesti, soprattutto quando nascono dal cuore. È una storia che non parla solo di lavoro, ma di vita, di emozioni e di gratitudine per chi, come loro ha poco e niente.


“È stata un’esperienza unica, emozionante, profondamente toccante. Mi sono ritrovata immersa in un calore umano immenso, circondata da persone che, nella loro quotidianità, non hanno letteralmente nulla… eppure riescono a donarti tutto. In quei giorni ho visto occhi sinceri, sorrisi che parlano più di mille parole, gesti semplici ma pieni di significato.
Ricordo ancora quando, per ringraziarmi, una donna mi ha offerto un fiore. Un piccolo gesto, forse, ma carico di una gratitudine così grande da lasciarmi senza parole. Quel sorriso meraviglioso, così autentico, è qualcosa che porterò sempre con me.
Come infermiera, ho vissuto molti momenti intensi, ma quello che ho provato lì è diverso: è la consapevolezza che, anche nelle situazioni più difficili, l’essere umano riesce ancora a dare il meglio di sé. Ho capito che a volte chi ha di meno è proprio chi sa donare di più. E questa, per me, è una lezione che vale più di qualsiasi altra.”
Hanno così tanti figli che spesso non ricordano nemmeno l’anno di nascita di ciascuno, così in ospedale li pesano per stimarne l’età. Per raggiungere l’ospedale provenendo dai villaggi più remoti, senza mezzi di trasporto, devono percorrere giorni interi a piedi, attraversando altri villaggi lungo il percorso. Quando si organizzano queste operazioni umanitarie, i pazienti arrivano da tutto il Paese. Nella capitale, Dhaka, la stessa operazione che qui costa 50€ sarebbe arrivata a costare fino a 1.500€. Pagano un ticket che copre l’intervento, l’ospitalità post-operatoria e la presenza di un familiare accanto al paziente. Sono operazioni spesso improvvisate: i pazienti arrivano, vengono visitati sul momento e si decide subito come procedere.
In Bangladesh convivono diverse religioni ed etnie: buddisti, musulmani, induisti e molte altre comunità che rendono il Paese culturalmente ricchissimo. Anche le donne riflettono questa varietà. Quelle di fede musulmana spesso indossano abiti molto coprenti, talvolta velando quasi tutto il corpo e lasciando scoperti solo gli occhi, mentre le donne di altre religioni possono avere modi di vestire differenti. Questa diversità crea un mosaico affascinante di tradizioni, colori e identità che si incontrano ogni giorno per le strade del Paese.

Molte persone non vivono in vere e proprie case, ma in baracche prive di acqua corrente, che spesso viene raccolta direttamente dal fiume. Non hanno scarpe o mezzi privati, e per spostarsi utilizzano i risciò oppure si muovono a piedi.
Nei letti dell’ospedale ci sono le zanzariere, perché le zanzare pungono anche di notte. Nelle stanze c’era solo l’essenziale: un WC senza tavoletta e una doccia senza box, che bagnava tutto il bagno. Per tirare lo sciacquone era necessario alzare e abbassare una levetta. Le camerate prima e post operatorie appaiono come dormitori, letti uno a fianco all’altro… Tutto appariva molto antiquato, perché non avevano altre risorse o possibilità. Così come gli autobus sono tutti arrugginiti, le bici e i risciò. Non hanno tv, camminano scalzi per le strade, ed è pieno di mendicanti.
Hanno una salsa piccantissima chiamata Dal, che viene servita con il riso bianco per aggiungere sapore. Per attenuare il gusto forte del piccante si mangia il Doy, un latte addensato e dolce che le ha dato subito sollievo dopo aver provato la salsa. Qui si mangia tutto con le mani, anche il pollo con il suo sugo, seguendo una tradizione radicata e molto diffusa.
Per le strade si vedono mucche che camminano tranquille. La gente raccoglie a mano le loro feci, le lascia essiccare e poi le utilizza d’inverno come combustibile per riscaldarsi.
Alle 5, alle 13 e alle 19 si sente il richiamo alla preghiera per tutta la città. Una persona, tramite un megafono, invita la comunità a ricordarsi di pregare in città. Il giorno di festa è il venerdì, non lavorano, tutti si recano a pregare, sempre separati tra uomini e donne. La messa durano 3 ore, dopo di che pranzano tutti insieme, col loro cibo tipico. La loro tradizione sarebbe mangiare con le mani tutto, la carne condita da sugo per esempio.

I mercati sono ovunque, pieni di bancarelle cariche di frutta colorata, verdura fresca, pesce e carne. I colori e le forme attirano lo sguardo, ma nell’aria si mescolano odori forti e pungenti, che a volte rendono l’atmosfera intensa e quasi travolgente.
Le strade sono un continuo via vai: folla che cammina, risciò che passano, voci che si intrecciano e clacson che risuonano senza sosta. Attraversare diventa quasi un’arte, perché devi scegliere l’attimo giusto per farlo: il traffico è così intenso e caotico che non è mai chiaro quando sia davvero sicuro passare. Le vie sono spesso ricoperte di ghiaia e ai lati si accumulano pile di ciottoli o mattoni, materiali lasciati lì per lavori stradali che iniziano ma raramente si sa quando verranno portati a termine. Norme di sicurezza non esistono in questi paesi.
Curiosità: il nostro simbolo “ok”, col pollice in su, per loro significa “vai a cagare”!





